IL TITOLO FINALE E' RIMASTO UN TABU' PER I TIGERS: DOMBROWSKI DOVRA' RIVEDERE LE PROPRIE STRATEGIE

Prima di mettere in discussione l’operato del General Manager dei Tigers Dave Dombrowski è necessario premettere una cosa: stiamo parlando di uno dei migliori G.M. della lega, sotto il quale, nel giro di soli tre anni, Detroit passò dal secondo peggior record nella storia delle majors (49-113 nel 2003) alle World Series poi perdute per mano dei Cardinals. La carriera di Dombrowski a Detroit è costellata di trades riuscite – ciliegina sulla torta quella che nel 2008 portò Cabrera in Michigan – e firme di prestigiosi free agents, a cominciare da ’Pudge’ Rodriguez e Magglio Ordóñez, arrivati in tempi in cui non dev’essere stato facile convincere chiunque a giocare in una squadra che veniva da stagioni e stagioni di assoluta futilità.

Tuttavia, per un motivo o per l’altro, le squadre da lui costruite non sono ancora riuscite a regalare all’anziano proprietario della franchigia, il magnate Mike Ilitch, quell’agognato titolo delle World Series per ottenere il quale ha via via aperto sempre più i cordoni della borsa. Con l’aumentare delle risorse finanziarie a disposizione, Dombrowski ha proporzionalmente incrementato la tendenza a comporre rosters poco uniformi, basati su un certo numero di stelle strapagate, completati da giocatori di medio-basso livello e caratterizzati da qualche evidente punto debole che alla fine, in ogni postseason, sarebbe venuto impietosamente alla luce. A tale ’regola’ non ha fatto eccezione neanche un roster come quello del 2013, che di sicuro aveva tutte le carte in regola per arrivare fino in fondo ma aveva anche sofferto di un bullpen non proprio a prova di bomba, colossali amnesie difensive e una panchina non troppo adeguata.

Dopo la cocente delusione del 2013 e il ritiro dopo 8 stagioni del manager Jim Leyland, Dombrowski si è preso due rischi: il primo, quello di mettere la squadra in mano al giovane ma totalmente inesperto Brad Ausmus; il secondo, quello di apportare una mezza rivoluzione nel roster, al termine della quale la squadra appariva, almeno sulla carta:
— più debole in rotazione per via della cessione di Fister;
— sicuramente meno potente nel box, per effetto delle partenze di Peralta, Fielder e Infante, ma più dinamica sulle basi grazie agli innesti di Davis e Kinsler;
— potenzialmente migliore in difesa, soprattutto nell’infield, con Cabrera riportato in 1B, Kinsler una sicurezza in 2B e Iglesias pronto col suo range a sopperire alle carenze del rookie Castellanos, promosso titolare in 3B.

I punti deboli del 2013 erano però rimasti tali. Il bullpen, nonostante la costosissima firma del vecchio closer Nathan e dell’ex Yankees Chamberlain, rimaneva pieno di incognite e aveva perso Smyly (tornato in rotazione), Benoit (colpevolmente lasciato libero di accasarsi altrove) e altri pezzi ’minori’ come Veras e Downs. Il livello dei sostituti – con la sola eccezione di Davis, destinato al platoon con Dirks – non era migliore di quello degli anni precedenti e a questo occorreva aggiungere la cronica pochezza – almeno in termini di giocatori pronti per il ’grande salto’ – di un farm system sistematicamente depauperato dallo stesso Dombrowski, che troppo spesso ha considerato i prospetti solo come pedine di scambio.

Detta pochezza sarebbe emersa inesorabile in spring training, in seguito agli infortunî che hanno subito tolto di mezzo per l’intera stagione Rondon, Dirks e Iglesias. L’assenza di alternative valide in AAA ha costretto Dombrowski a tornare sul mercato perlomeno per tappare la falla dell’interbase; tuttavia, piuttosto che cedere una prima scelta a Boston e firmare Drew, il G.M. ha optato per un paio di soluzioni low-cost, Romine e González – quest’ultimo poi rapidamente tagliato in favore dell’acerbo Suarez, prelevato direttamente dagli Erie SeaWolves di AA. L’infortunio di Dirks aveva invece inizialmente aperto le porte a Collins, altro acerbo prospetto proveniente da Erie, ma ha poi favorito l’esplosione del vero jolly pescato dai Tigers nel 2014, ovvero J. D. Martinez. Tagliato da Houston e firmato da Dombrowski con un minor league contract, il 26enne esterno di Miami si è imposto prima a Toledo in AAA (10 HR in 17 partite) e quindi a Detroit, dove è rapidamente diventato titolare inamovibile e ha infilato altri 23 fuoricampo.

Senza gli exploits dell’ex Astros, probabilmente i Tigers non sarebbero neanche arrivati in postseason. Nonostante un inizio scoppiettante, infatti, la squadra di Ausmus aveva rapidamente evidenziato carenze nel bullpen – Nathan compreso – e inattese difficoltà in difesa, soprattutto in Castellanos e Hunter. Con l’approssimarsi della trade deadline le priorità per Dombrowski sarebbero dovute essere essenzialmente due: rinforzare il bullpen perlomeno con un mancino di buon livello e migliorare la profondità del roster con una buona mazza mancina e/o un infielder d’esperienza valido sia in difesa che nel box.

Piuttosto che provvedere alle reali necessità della squadra, Dombrowski ha invece esasperato all’inverosimile la strategia dei grandi nomi e del sacrificio incondizionato dei prospetti. Prima ha acquistato un altro rilievo destro, quel Soria dall’illustre pedigree ma costato oltre ogni ragionevole misura (Thompson e Knebel, ovvero le due prime selezioni di Detroit nei drafts 2012 e 2013), poi addirittura David Price – per il quale il G.M. non ha esitato a sacrificare l’esterno centro titolare Jackson, il giovane starter Smyly e un 18enne prospetto dalle enormi potenzialità come Adames. Mettersi a discutere sulle doti di Price è ovviamente pura follia; occorre tuttavia far notare quanto la perdita di Jackson si sia fatta sentire, soprattutto perché Dombrowski ha ritenuto sufficiente rimpiazzarlo col minor leaguer Carrera invece di tentare altre strade – ad esempio, tanto per fare un nome, quella che avrebbe portato a Fowler, il cui ingaggio comincia ad essere un po’ alto per le abitudini degli Astros.

In pratica, non solo le reali necessità della squadra erano state ignorate ma ulteriori voragini erano state create, il tutto in ossequio del ’grande nome’. Nel frattempo il miglior rilievo mancino disponibile, Miller, si era accasato a Baltimore (e guarda caso sarebbe stato uno dei giustizieri dei Tigers nelle ALDS); giocatori d’esperienza e polivalenti come Prado e Headley, la cui utilità a Detroit sarebbe stata enorme, erano entrambi finiti a New York, nel vano tentativo di Cashman di salvare la stagione degli Yankees. In tutti i casi il costo era stato inferiore a quello assurdo patteggiato per Soria.

I Tigers hanno chiuso la stagione con un roster il cui contrasto tra stelle e comprimari è stato a dir poco stridente. Sufficiente per garantirsi il quarto titolo divisionale consecutivo – ironia della sorte, davanti a quei Royals che con zero stelle ma un gruppo compatto e un bullpen micidiale affronteranno i Giants nelle World Series – ma anche una rapida eliminazione nelle ALDS, dove il parco dei rilievi ha raggiunto l’apoteosi della futilità e i nomi di Pérez, Romine e Suarez – i tre andati in battuta nel 9° inning di Gara 2 con i Tigers sotto di uno – spiegano meglio di mille parole il rovescio della medaglia della strategia di Dombrowski.

Nel prossimo futuro analizzeremo le varie strade, non facili, a disposizione di Dombrowski per ovviare in offseason alle evidenti carenze di un roster che da una parte recupererà gli infortunati Iglesias, Dirks e Rondon ma dall’altra rischia di perdere in free agency non solo Scherzer e Hunter ma anche quel Victor Martínez che quest’anno è stato formidabile e sicuramente riceverà cospicue offerte da parte di squadre come Mariners o White Sox, dei servigi del quale avrebbero bisogno come dell’aria.

di Massimiliano Barzotti


Nella foto, Dave Dombrowski e Miguel Cabrera (Carlos Osorio - The Associated Press da Kansascity.com).